Epistolario di Carmine Montella

A Franca Barattolo, in Avellino
Domenica, 19 ottobre 1975.

Sono di guardia, Franca, e per ammazzare un po' di tempo, che oggi, in modo particolare, sembra non voler proprio passare, sto scrivendoti questa lettera.
Sarà il cattivo tempo, sarà il fatto che è domenica, sarà quel che sarà, questa giornata mi è sembrata un secolo, e non è ancora trascorsa del tutto: sono appena le 24, 30. Un po' di pazienza, qualche sbuffata in più, qualche imprecazione al diavolo, qualche pugno contro gli stipiti, continui sguardi alle lancette dell'orologio e.... passerà pure quest'altra domenica, anche se malinconicamente.
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È iniziato l'anno scolastico ed a me dispiace stare lontano dalle aule, dove io trovo soddisfazione per il mio lavoro, dove io mi sento pienamente realizzato, dove io trovo quella pace che al di fuori della scuola trovo solo a casa e in campagna, dove io posso fare per i ragazzi più di quello che la politica può fare per gli uomini e la società!
Vorrei raccontarti due episodi particolarmente significativi soprattutto per te che come dicesti spesso trovi difficoltà di realizzarti in mezzo agli alunni.
Era la sera del 14 Maggio c.a., l'ultima mia sera di libertà prima di partire per il servizio militare. Al Cinema-teatro "Colosseo" di Baiano, i miei amici rappresentavano la famosa Filumena Marturano di Eduardo De Filippo. Mentre facevo il biglietto si avvicinarono al botteghino quattro o cinque ragazzi, dai cinque ai sette anni. Due di loro erano stati miei alunni. Mi guardavano con gli occhi da ladri che lucevano, con le labbra tra i denti e con le mani nelle tasche come degli ometti. I loro occhi seguivano ogni movimento che io facevo per prendere il portafogli, per estrarne i biglietti da mille, per pagare, per prendere il resto; poi si incrociavano coi miei, per abbassarsi subito quasi vergognandosi. Erano tutti di modeste o pessime condizioni economiche; vestivano male; ma sotto quei capelli lunghi e spettinati c'erano visi simpatici col nasino all'insù, col sorriso semplice e con un vocino squillante come una trombetta che perde le note per la mancanza dei canini. Capii a volo le loro intenzioni. Erano stati cacciati dalla sala di ingresso varie volte; ora che c'era "o prussore" che loro volevano bene, tutti dietro a lui, quasi in atto di inconsapevole sfida ai "guardiani", si sentivano protetti e avevano fiducia. La meritarono la fiducia: pagai il biglietto per tutto il gruppetto e via ...tutti dentro! Non sapevano come ringraziarmi. Chi mi toccava la giacca, chi la mano, chi mi spingeva in sala, mettendomi un po' in imbarazzo di fronte ai miei amici. Mi sorrisero senza i canini e corsero nella galleria saltando a due a due gli scalini, agili come gatti, abbracciandosi tra di loro e accarezzandosi a vicenda il viso. Mi si strinse il cuore dalla gioia. Da quel giorno, quei ragazzi gioiscono al solo vedermi: certamente hanno acquistato fiducia nell'adulto; quei ragazzi farebbero prodigi se li tenessi come alunni, per la reciproca stima che ci condiziona: è questione di fiducia, di affetto, di protezione. Il maestro deve essere tale soprattutto fuori dalla scuola: deve essere un padre, un fratello, un amico, deve essere tutto.
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L'altro episodio risale ad una decina di giorni fa. Andavo in piazza con la macchina. All'incrocio tra via Nicola Litto e via S. Giacomo, sentii due voci di bambini che mi chiamavano: "Prusso'! "Prusso'! Mi fermai perché non so proprio resistere al richiamo dei ragazzini: è un po' il mio debole! Provo dei sentimenti di tenerezza verso di loro ed essi lo sentono questo mio atteggiamento e mi vogliono bene!
Si avvicinarono alla macchina i due ragazzi. Uno di loro era Giovanni, un ragazzetto di sette anni che avevo avuto come alunno prima che io partissi per il servizio militare, il 15 maggio. Giovanni è figlio di povera gente ed è il primo di una schiera di fratelli che non conto più tanto è numerosa. La madre lavora chissà dove; il padre vive in Germania, sacrificandosi in qualche baracca fredda e malridotta. L'altro ragazzo, di poco più grande, del quale non ricordo il nome, appartiene ad una famiglia certamente non migliore di quella di Giovanni.
Questi ragazzi, come tanti altri marmocchi dello stesso ceto sociale, ogni volta che entrano in un locale pubblico, vengono cacciati fuori sgarbatamente, come cani. Difficilmente trovano comprensione nella società degli adulti perché oggi, per quanto si parla di uguaglianza, di fratellanza e di cose del genere, da parte di tutti gli uomini, i figli di puttana sono sempre figli di puttana, i figli della povera gente vengono sempre maltrattati. Io non posso accettare questa realtà e mi ribello contro queste forme di ingiustizia e di razzismo, e cerco di proteggere questi ragazzi come posso e quanto posso. Per questi ragazzi ho dato l'anima in classe, per metterli in condizioni di poter affrontare la realtà e la società con la dovuta forza morale e con la dovuta personalità. Per questi ragazzi, poi, occorre poco per renderli felici.
Fermai la macchina e i due ragazzi mi chiesero un passaggio fino alla piazza. Non esitai un attimo ad aprire lo sportello e a farli accomodare. Gianni, vergognoso, si mise sul sedile posteriore e incominciò a ridere, cercando di nascondere la risata nel palmo della mano. L'osservavo attraverso lo specchio retrovisore. All'improvviso si lasciò andare in una risata aperta e forte, che non riusciva a contenere per quanto si sforzasse di tenere le labbra chiuse tra le dita. Rimasi un po' sorpreso in verità e gli chiesi perché ridesse in quel modo. Non riuscì a rispondere tanto rideva forte; aumentò inoltre il volume e la sguaiataggine della sua risata. Fu l'amico a sciogliere il nodo: "Prussò, è 'a primma vota che va int' 'a macchina!"
Immagina un po', Franca, quanta gioia provava in quel momento Giovanni, da non riuscire a nasconderla: gli sgorgava dagli occhi e dai pori, scoppiava in una risata sviscerata. Era la prima volta che andava in macchina, a sette anni!!! Sai quante volte aveva pianto in cuor suo, nel vedere altri bambini sorridere felici nelle macchine dei genitori; sai quante volte aveva inutilmente desiderato fare una passeggiata in macchina; sai quante volte aveva capito con le lacrime agli occhi perché il suo papà non avesse la macchina; sai quante volte aveva sognato di stare in una macchina ed aveva gustato un attimo intenso di felicità, fino all'improvviso e mortificante risveglio!?! Per sette anni la macchina era stata per lui solo un sogno ed un desiderio mai appagato. Ora finalmente stava in una macchina: forse non credeva ai suoi occhi, forse non sembrava vero! Per festeggiare l'avvenimento, ci fermammo davanti ad un bar, entrammo e comprammo tre gelati. Finalmente potevano gustare un gelato senza essere messi alla porta. Doppia gioia!
Se Giovanni alla sua età aveva perso ogni forma di stima e di fiducia verso gli uomini e verso la società, per le vessazioni e i maltrattamenti subiti, per le umiliazioni sofferte, per le lacrime versate innocentemente, per i singhiozzi rumorosi emessi; se per Giovanni non avevano più alcun significato il bene, l'amore, la carità, stai certa che da quel giorno ha riacquistato tutta la stima e la fiducia che aveva smarrito; quel giorno ha capito che l'amore esiste ancora; quel giorno certamente ha imparato una lezione che nessuna scuola può impartirgli con la stessa efficacia; quel giorno è rinato a nuova vita; quel giorno sono stato un buon maestro!!! E posso parlare con certezza perché in tutti questi giorni ho visto Giovanni veramente felice!
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Sono costretto a fermarmi, Franca, perché mi finisce il foglio e devo fare anche il giro di ispezione per la caserma!
Ciao, ciao.