Opere di Carmine Montella

Alberto,
Storia di un ragazzo e di un barbone.

Quel pomeriggio, dopo pranzo, Alberto uscì di casa deciso a spiare l'uomo dalla lunga barba che viveva nei ruderi della vecchia chiesa.
Arrivò sulla collina col fiato grosso e cercò subito un nascondiglio per l'appostamento. Salì su un ulivo secolare e trovò una comoda sistemazione in mezzo ai robusti rami, da dove poteva osservare senza essere visto.
Il sole di Agosto picchiava forte ed il sudore gli grondava dalla fronte, solcandogli il viso fino al mento. Ogni tanto se ne liberava con il palmo della mano, che asciugava poi sulla canottiera bianca, lasciandovi il segno delle dita sporche di polvere.
Lo stridìo assordante delle cicale era rotto dal campanaccio d'una mucca al pascolo.
L'attesa non fu lunga. L'uomo arrivò dal sentiero alla sua destra con passo lento, seguito dal suo inseparabile mastino dal pelo nero lucente. Era alto e robusto e aveva i capelli lunghi legati alla nuca con un nastrino giallo. Indossava una camicia rossa ed un paio di jeans scoloriti e rattoppati in vari punti e calzava dei sandali senza calzini. Sulle spalle portava uno zaino militare.
Si asciugò il sudore con il foulard che aveva intorno al collo ed entrò nella chiesa diroccata, mentre il cane cercò un po' di refrigerio dietro il muretto.
Alberto riusciva a vedere solo l'ombra dell' uomo, ma capì ugualmente che stava pregando.
Dopo qualche minuto comparve sulla porta, allargò le braccia, appoggiandole sugli stipiti di legno, e guardò a lungo verso il cielo, immobile come una statua. Poi scese i tre scalini, chiamò a sé il cane con un fischio acuto e andò a sedersi sull'erba secca ai piedi di un ulivo, poggiando la testa sullo zaino per stare più comodo.
Il suo riposo ebbe breve durata. Dopo una quindicina di minuti, infatti, si rimise a sedere ed estrasse dallo zaino delle strisce di morbido cuoio, del sottilissimo filo di acciaio, un paio di forbici, un taglierino e delle pinze. Usò come tavolo da lavoro una pietra a forma di cubo.
Con molta maestrìa e con movimenti abili e veloci tagliò, piegò, intrecciò e infilò, creando dei piccoli capolavori che avrebbe venduto nei paesi vicini durante i festeggiamenti in onore del santo patrono, che richiamano sempre tanta gente.
Senza fare il minimo rumore per non essere scoperto, Alberto continuava a scrutare furtivamente quell'uomo che tutti giudicavano pericoloso. Voleva penetrare nel suo misterioso mondo per trovare una risposta ai suoi dubbi.
Il barbone lavorò più di un'ora. Poi raccolse con molta cura le sue creazioni e le sistemò nello zaino con il materiale avanzato e gli utensìli usati. Sembrava soddisfatto del suo lavoro.
All'improvviso scattò in piedi con l'agilità di un ventenne e si mise a correre in mezzo agli alberi rincorso dal cane.
<<Forza, Dik, prendimi!>>
Dopo un lungo slalom, si fermò ansimante per vincere il respiro affannoso, aiutandosi con ampi movimenti delle braccia. Dik lo guardava e scodinzolava. Allora gli prese le zampe anteriori in mano e lo sollevò da terra.
<<Vuoi imparare anche tu?... Bene!...Fai così. Riempi i polmoni di aria allargando le zampe e inspirando profondamente... Bravo!... Ora respira forte... Sei proprio un campione!>>
Soddisfatto del complimento ricevuto, il cane poggiò le zampe sulle spalle del padrone, il quale si lasciò cadere a terra sotto il peso del mastino. I due intrapresero una lotta a corpo a corpo, senza limitazione di colpi, sollevando un gran polverone che a tratti nascondeva i due contendenti.
Alberto osservava con ammirazione ed avrebbe voluto essere lì in mezzo a loro ad arrotolarsi nella polvere.
Tutt'a un tratto un rumore alla sua sinistra attirò la sua attenzione.
Furtivamente tre ragazzi si avvicinarono allo zaino del barbone, strisciando come serpenti tra l'erba secca dietro il muretto scalcinato della chiesa. Il più grande lo afferrò e come un gambero iniziarono il cammino a ritroso; ma, prima che potessero dileguarsi, il cane fiutò la loro presenza e partì, con la furia negli occhi, per aggredirli.
<<Fermati, Dik!>> gridò l'uomo. <<A cuccia!>>
Sordo all'ordine del padrone, il cane continuò l'inseguimento ruggendo e digrignando i denti, per risolvere una volta per sempre la questione tra il suo padrone, troppo buono, e i tanti balordi che continuamente lo provocavano.
<<A cuccia, Dik!>> gridò più forte l' uomo.
I ragazzi scapparono a gambe levate giù per la collina, seminando sul terreno la refurtiva e lasciando cadere anche lo zaino. Solo allora il mastino si fermò.
<<Lasciali perdere, Dik... Sono solo dei ragazzi>> gli sussurrò il barbone, stringendoselo al corpo e accarezzandogli la testa. <<Dopo questo spavento non si faranno più vedere>>.
Ma il cane continuò a ringhiare e a graffiare l'erba con le unghie affilate, insoddisfatto di essere stato fermato. Avrebbe voluto azzannare qualche polpaccio e lasciare il ricordo di una impresa mal riuscita.
<<Non te la prendere, Dik... Vieni! Aiutami a recuperare i nostri gingilli>>.
Con molta calma raccolse uno per uno ciondoli, ninnoli e le varie cianfrusaglie; vi soffiò sopra ripetutamente per far cadere la polvere e li rimise con cura nello zaino.
Non era la prima volta che i ragazzi del paese prendevano di mira il barbone. Ma lui non aveva mai reagito alle loro scorribande, sopportandoli con filosofia.
<<Alla loro età io ero peggio di loro>> confidava sereno al suo cane, guardandolo negli occhi.
<<Che mascalzoni!>> pensava Alberto, sempre nascosto tra i rami dell'ulivo. <<Al suo posto non avrei trattenuto quel cagnaccio. Gli avrei fatto mordere il sedere ad uno ad uno!>>

* * *

Il mattino seguente c'era il mercato in paese e, come ogni giovedì, Alberto uscì di casa di buon'ora. Gli piaceva molto gironzolare con le mani in tasca tra le bancherelle e curiosare di qua e di là alla ricerca di qualche novità. Si soffermava di tanto in tanto a guardare avidamente la merce esposta con molta cura sui lunghi banchi di legno sotto ampie tende di tela scolorita dalla lunga esposizione alle intemperie.
Prestava molta attenzione soprattutto alle chiacchiere della gente: una miniera sempre ricca di notizie, una vera enciclopedia di sapere spicciolo.
Come al solito si fermò ad osservare le vaschette stracolme di pesci e tartarughine che si dimenavano pazientemente in quello spazio ristretto nell'attesa di cambiare dimora per una sede più comoda.
<<Hai saputo cosa è successo ieri pomeriggio sulla collina?>> chiese il bancarellaio al fruttivendolo, mentre gli passava un caffè.
<<Già!... Quel figlio di un diavolo...>> e sorseggiò il caffè. <<Prendersela con un ragazzino!>> aggiunse poi, scuotendo la testa. <<Secondo me, o era ubriaco o gli aveva dato di volta il cervello>>.
<<Dicono che l'abbia colpito in fronte con una pietra appuntita>>.
<<E ora come sta Maurizio?>>
<<Questa mattina suo zio, il macellaio, mi ha detto che stava ancora nella sala di rianimazione... Con tutto quel sangue che aveva perso!>>
Alberto non immaginava neppure lontanamente che stessero parlando del barbone. Incuriosito, però, continuò ad origliare mentre guardava le piccole tartarughe nella vaschetta.
<<Quell'uomo è un pericolo pubblico!>> affermò una signora dall'aria distinta, mentre sceglieva dei grappoli di uva. <<Una volta ne parlai anche con il Sindaco e gli dissi chiaro e tondo che doveva farlo rinchiudere prima che combinasse qualche guaio. Sprecai solo il fiato! Mi rispose che non c'erano gli estremi per prendere un provvedimento così drastico contro un innocente... Ora sarà soddisfatto!>>
<<Farà come Santa Chiara che mise le spranghe di ferro a porte e finestre dopo essere stata derubata>>.
<<Non vi agitate tanto. Ci penserà il giudice a sbatterlo al fresco!>>
<<Speriamo che il Sindaco dia almeno l'ordine di far ammazzare quel brutto mastino che, solo a vederlo, ti fa venire la pelle d'oca>>.
<<Maurizio?!... Il mastino?!>> rimuginò tra sé Alberto. <<Allora stanno parlando del barbone?!>>
Voleva esserne certo, perché il giorno prima tra i ragazzacci che avevano tentato di derubare il barbone aveva riconosciuto, dalla sua postazione sull'ulivo, proprio il nipote del macellaio.
<<Cosa è successo ieri?>> chiese, intromettendosi nella conversazione.
<<Cosa è successo?... Quel demonio che abita con il suo cane sulla collina ha aggredito il figlio del fioraio e gli ha fracassato la testa>>.
<<I carabinieri hanno trovato anche la pietra con la quale quell'assassino l'ha colpito. Tutta insanguinata!>>
<<Il ragazzo è stato rinvenuto verso il tramonto agonizzante e privo di conoscenza su una balza ai piedi di un alto muraglione>>.
<<Sul terreno si vedevano ancora fresche le tracce di un inseguimento>>.
<<Quel poveretto ha cercato di sfuggire al suo attentatore...>>
<<Non è vero!... Non è vero!... Il barbone è innocente!>> affermò Alberto con una determinazione che lasciò tutti perplessi. <<Il barbone è innocente!>> gridò forte e scappò via tra la gente che si girò incredula alle sue parole. <<E' innocente!... Non lo possono arrestare!... Non lo possono arrestare!>>

* * *

Dopo pranzo Alberto andò in piazza per raccogliere informazioni più attendibili sull' aggressione di cui era accusato il barbone e della quale egli era stato l'unico testimone oculare. Girò in lungo ed in largo, fermandosi dove c' erano capannelli di persone, entrò in tutti i bar, nel supermercato e nel circolo sociale, attivando i suoi sensibilissimi radar per captare gli umori della gente.
Capì che il barbone era in pericolo.
<<Se scenderà in paese, gli daranno tante botte>> ripeteva tra sé. <<Non è giusto!... Devo metterlo in guardia, al più presto, prima che sia troppo tardi>>.
Sapeva dove trovarlo a quell'ora.
Senza pensarci su due volte, lasciò di corsa la piazza. Fuori dal paese imboccò una stradina tortuosa e si arrampicò su per la collina, aggredendo la salita con foga quasi animalesca. Arrivò davanti alla chiesa in men che non si dica, col cuore che gli usciva dal petto per lo sforzo prodotto.
Istintivamente si girò indietro per controllare se fosse stato seguito da qualcuno. Grazie a Dio non c' era nessuno! Solo pietre, ulivi, qualche lucertola e tante cicali ronzanti per l'arsura di agosto. Mentre riprendeva fiato, si girò a guardare il paese nella sottostante pianura con una attenzione mai prestata prima. Le finestre delle case, socchiuse per l' afa pomeridiana, da lontano sembravano occhi avidi di verità che fissavano la collina per scoprirne la vita e i comignoli sui tetti apparivano come tanti periscopi che scrutavano l' orizzonte in cerca di segreti. Il fischio del treno, che partiva dalla stazione e si allontava velocemente perdendosi tra gli sconfinati noccioleti, lo fece sorridere: sembrava il giocattolo che aveva sempre desiderato. Purtroppo non c' era il tempo per seguirne il viaggio. Lo attendeva un impegno più importante della fantasticheria di un ragazzo.
Si girò giusto in tempo per accorgersi che il mastino dal pelo nero si avvicinava minacciosamente coi suoi passi pesanti, mostrando già le zanne.
Lesto come un gatto, si arrampicò sul più vicino ulivo e da lassù invocò aiuto per attirare l' attenzione del barbone. L' uomo, infatti, comodamente seduto con la schiena appoggiata al tronco di un ulivo non molto distante, richiamò a sé il cane con un doppio fischio senza scomporsi minimamente e continuò a modellare i fili di ferro e ad intrecciarli artisticamente seguendo modelli imparati a memoria.
<<Ehi! signore>>, fece Alberto con voce sottile e tremante. Ma le sue parole non smossero l' uomo, il quale finse di ignorare il suo richiamo.
<<Signore!>> provò più forte, agitando anche le braccia. <<Qui, sull' albero>>.
<<Dici a me?>> chiese l' uomo, alzando lo sguardo verso il ragazzo.
<<Sì... Devo parlarvi>>.
<<Scendi!>>
<<Non posso. Ho paura del cane>>.
<<Quale cane?... Ah, DiK!>> sorrise il barbone. <<Dik non è un cane, è un amico! Aggredisce solo chi vuol fare del male al suo padrone... Tu vuoi farmi del male?... No!... Allora vieni!>>
Alberto scese dall'albero poco convinto; si avvicinò guardingo ai due e si fermò a distanza di sicurezza, controllando ogni movimento del mastino, il quale cominciò subito a ringhiare e a graffiare l' erba secca con robusti unghioni.
<<Cosa c' è, giovanotto?>>
<<Devo dirvi... una cosa importante>> rispose, senza perdere di vista l' animale che continuava a incutergli paura.
Il barbone si accorse che il ragazzo tremava per la presenza di Dik e lo invitò a sedersi alla sua sinistra.
<<Dovete nascondervi, signore>> cominciò subito Alberto. <<Dovete scappare, prima che vengano i carabinieri ad arrestarvi>>.
<<I carabinieri?!>> si meravigliò l' uomo e sorrise. <<Perché dovrebbero scomodarsi per arrestarmi?... Io non faccio del male a nessuno... E neppure Dik, vero?>> ed accarezzò il mastino lungo la schiena.
<<Ma voi non sapete cosa è successo ieri pomeriggio... cosa pensa il maresciallo... cosa dice la gente in paese!>>
<<Cosa è successo ieri?... E cosa avrei fatto io di tanto grave da meritare addirittura l' arresto?>>
<<In paese dicono che ieri avete rotto la testa a Maurizio, il nipote di Mario il macellaio. I carabinieri lo hanno trovato in fin di vita laggiù>> e gli indicò pressappoco il luogo. <<Hanno trovato anche la pietra insanguinata con la quale credono che l' abbiate colpito>>.
<<Maurizio?!... La pietra insanguinata?!... Ma cosa diavolo vai cianciando, mocciosetto?>> reagì bruscamente il barbone.
<<E' la verità, credetemi!... Vi dico che i carabinieri vi stanno già cercando!... Vi dovete nascondere, finché siete in tempo!>> lo scongiurò Alberto.
<<Io non so niente di niente... e nessuno potrà arrestarmi senza una ragione!>> sentenziò l' uomo con rabbia.
<<Io lo so che siete innocente!... Lo so!... Ma nessuno vi crederà!... Giù in paese tutti vi vogliono morti... voi ed il vostro cane!>>
Dik, intanto, si alzò e cominciò ad annusare prima una gamba del ragazzo, poi le mani, come era solito fare per mostrare la sua amicizia. Alberto, che non comprendeva il significato di questo comportamento, tremava come un topo tra gli artigli di un gatto ed il sudore gli solcava la schiena a rivoli.
<<Come ti chiami?>> gli chiese il barbone, tirando a sé il cane.
<<Alberto>>.
<<Io Giacomo>> e gli strinse la mano. <<Perché sei venuto a cercarmi?>>
<<Ti voglio aiutare!>>
<<Aiutare?!... E perché mi devi aiutare?>>
<<Perché sei innocente!>>
<<Questo è sicuro!>>
<<Certo!... Però lo sappiamo solo noi due>>.
Proprio in quel momento Dik si girò verso il sentiero che porta al paese e cominciò a ringhiare sommessamente, avendo fiutato qualcosa di strano.
Giacomo prontamente gli poggiò la mano destra sul capo per rabbonirlo e guardò sospettoso nella stessa direzione.
<<Zitto, Dik!... C'è qualcuno>>.
<<Giacomo, vai via!>> gli disse Alberto. <<Vengono a prenderti!>>
<<Sei proprio fissato, ragazzo mio. Vuoi capire che se scappo penseranno veramente che io sia colpevole?... E poi ho un aiutante formidabile>> precisò, indicando il cane. <<Dik terrà lontano qualsiasi malintenzionato... Nessuno oserà avvicinarsi!>>
Ma Giacomo non aveva valutato che la rabbia e l' odio spesso alimentano la forza e spingono l' uomo a commettere cattiverie inspiegabili. Quando poi si agisce in gruppo si sveglia il ferino che è in noi ed esplode l' istinto animalesco, irrazionale, incontrollabile.
Dopo poco, infatti, vide avvicinarsi una mezza dozzina di persone, dal passo lesto, armate di grossi bastoni.
Alberto corse incontro a quelle furie scatenate per fermarle ed evitare guai più grossi.
<<Cosa volete fare?... Siete pazzi?>>
<<Togliti di mezzo, tu!>> disse il capobanda e lo scaraventò violentemente a terra per eliminare ogni ostacolo alla sua azione bellicosa.
Giacomo ebbe un attimo di indecisione. Dik no! E partì veloce deciso a ridurre a brandelli colui che aveva colpito il suo giovane amico. Il barbone, allora, raccolse un ramo secco di ulivo tutto contorto, pronto ad affrontare una inevitabile lotta.
<<Dik, non farlo!>> gridò poi con tutte le forze per scongiurare una tragedia.
Il cane, che sempre aveva ubbidito al suo padrone, non si fermò e si slanciò con la sua poderosa mole contro il macellaio, affondando le zanne bavose nella coscia destra del malcapitato. Ma prima che provocasse danni irreparabili fu colpito ripetutamente dagli altri masnadieri con violente bastonate su tutto il corpo. Giacomo, allora, suo malgrado, fu costretto a usare la violenza, lui che era di indole pacifica.
Il combattimento fu violento, senza esclusione di colpi, uno dei quali sulla spalla, pesantissimo, lo fece cadere in ginocchio tramortito. Alberto si mise le mani sugli occhi inorridito e cominciò a piangere. Dik era allo stremo delle forze e sanguinava da varie ferite. Ciononostante raccolse le poche energie che gli erano rimaste e nell'ultimo disperato tentativo di salvare il suo padrone riuscì ad afferrare un aggressore alla gola, cadendogli addosso. L' avrebbe voluto strangolare senza pietà! <<Dik, nooooo!>> urlò disperatamente Giacomo. <<Fermati!... E voi, delinquenti, buttate via i bastoni se volete salvare il vostro amico!>>
Dik allentò la morsa, senza lasciare la preda.
<<Buttate i bastoni!... Buttateli!>> li supplicò con insistenza. <<In nome di Dio!>>. Poi si rivolse al cane con parole amorevoli: <<Dik... Dik, amico mio, se mi vuoi bene, lascialo andare... Ti prego!>>
Gli assalitori si resero conto che non c' era alternativa, se volevano salvare il compagno da sicura morte. Gettarono via i bastoni e indietreggiarono di qualche metro. Dik seguiva ogni loro movimento con estrema attenzione e quando capì che non c'era più alcun pericolo per Alberto e per il suo padrone lasciò la preda e permise che venisse soccorsa. Giacomo, pur stremato per le percosse, afferrò il collare del cane e lo trattenne con fermezza.
<<Ce la pagherai, brutto bastardo!>> minacciò il più giovane.
<<La prossima volta non sfuggirai alla nostra vendetta, se ti troveremo ancora in libertà!>> fece un altro con molta rabbia.
Dik, allora, avanzò di qualche passo, trascinandosi dietro il padrone, e fece sentire ancora una volta la sua voce possente per ricordare la sua presenza.

* * *


Giacomo lasciò il cane e si avvicinò ad Alberto rimasto a terra impaurito. Gli accarezzò i capelli con l' affetto di un padre, senza dire una parola; poi lo prese in braccio e si avviò per il sentiero roccioso lasciandosi alle spalle l' Eremo diroccato. Dik li seguiva come un'ombra, lamentandosi per il dolore con un brontolio a denti stretti.
<<Come va, ragazzo mio?>>
Alberto scrollò le spalle ammutolito.
Camminarono per una quindicina di minuti, seguendo un viottolo polveroso fino ad arrivare in un vallone profondo ricoperto di rovi spinosi, dove c' era una polla d' acqua fresca, quasi sempre secca per tutto il periodo estivo.
Giacomo depose il ragazzo su una pietra coperta di muschio e si asciugò il sudore con il dorso delle mani. Poi cacciò dallo zaino un bicchiere di alluminio e lo poggiò a terra per raccogliere le poche gocce di acqua che sgorgavano dalla roccia.
<<Ti è passata la paura?>>
<<Mamma mia, quante botte!... Se non c' era Dik ti avrebbero ammazzato!>>
<<Eh già!... Hai proprio ragione>> mormorò Giacomo, mentre raccoglieva delle grosse more di cui era ricco il roveto. <<Mangia... Sono buone!>> disse e le offrì al giovane amico con l'acqua raccolta. Poi ne prese altre per sé e per Dik che, nel frattempo, stava dissetandosi nel rivoletto prima che venisse risucchiato dal terreno arido. Andò, quindi, a sedersi anch' egli su un sasso, proprio di fronte ad Alberto.
<<Come va?>>
<<Un po' meglio!>>
Tra una mora ed un sorso di acqua confessò che non capiva il motivo di tanta intolleranza, di tanta rabbia verso la sua persona che non dava fastidio a nessuno.
<<Io non ho mai fatto del male e non ho mai reagito alle continue provocazioni della gente che non accetta il modo diverso di vivere la mia vita in piena libertà. Non è la prima volta che mi accusano di colpe non commesse, pur di sbarazzarsi di me!>>
<<Questo volta però hanno fatto male i loro conti. Essi non sanno che io ho visto tutto e sono pronto...>>
<<Cosa hai visto?>>
<<Ho visto tutto!>> replicò Alberto con l' espressione di chi si sente importante per essere stato l' unico testimone oculare dell'accaduto. <<Ieri pomeriggio me ne stavo nascosto su un ulivo nei pressi della chiesa>> continuò, <<per osservarti da vicino... Quando sono arrivati quei... quei ragazzi, ho visto ed ho sentito ogni cosa>>.
<<Bravo!... Avevo un osservatore speciale e non me ne sono accorto!>>
<<Volevo capire perché in paese raccontano tante cose brutte di te... Dicono che tu rubi i bambini e li cucini in una pentola grandissima, per mangiarli poi quando è buio!>>
<<Ah! Ah! Ah! Questa è proprio bella!>> sorrise divertito Giacomo. <<Ora sono diventato anche un feroce cannibale!... Quante fandonie!>>
<<E di notte, quando c' è la luna piena diventi un lupo mannaro!... E' vero che di notte tu diventi un lupo mannaro?>>
<<Sì!>> rispose il barbone con voce cupa, imitando un vero licantropo. <<Io di notte mi trasformo in lupo con due zanne lunghe ed una bocca enorme, aaaahùm!>>. E scoppiò in una prolungata risata per rassicurare Alberto che era diventato piccolo piccolo e bianco in volto. <<Ma quale lupo?... Io di notte dormo felice e sogno sempre tante cose belle!>>
<<Dopo aver mangiato i bambini?>> scherzò il ragazzo. <<Io lo sapevo che tu non eri cattivo... Due anni fa, mi ricordo, durante la festa mi fermai a guardare l'esposizione dei tuoi ciondoli sul marciapiede davanti alla farmacia. Morivo dal desiderio di comprare un pagliaccio con l'ombrello. Com'era buffo! Ma non avevo una lira ed era una sofferenza per me vedere altri bambini accomapagnati dai loro genitori che portavano via le cose più simpatiche. Io ero lì fermo come una statua con le mani in tasca e con lo sguardo triste, quand'ecco tu mi regalasti un amuleto di pelle ed un bel sorriso. Per l'emozione non ti ringraziai neppure, quella sera; però ti ho pensato tante volte durante le mie preghiere>>.
<<Non mi ricordo di te, perché non sei l'unico a ricevere un regalo da me>> gli confidò Giacomo. Poi raccolse altra acqua e la condivise con il ragazzo, per mitigare l'arsura della gola. <<Alberto... desidero proprio un favore da te... dopo quello che è successo...>>
Alberto si sentì percorrere da un brivido di gioia all' idea di poter essere di aiuto all'amico.
<<Comanda!>> disse emozionatissimo, scattando sull' attenti come un vero soldato. <<Ogni tuo desiderio è un ordine per me!>>
Giacomo sorrise meravigliato di tanta prontezza.
<<Non è un ordine il mio>> puntualizzò, tirando a sé il ragazzo e facendolo sedere sulla gamba sinistra, <<ed il tuo deve essere un vero piacere! Va bene?>>
<<Sì!>>
<<Scendi in paese e vai in giro a sentire che aria tira. Chiedi notizie di quel... Maurizio. Hai detto che si chiama così, vero?... Non vorrei altre sorprese. Intanto io starò alla larga dai carabinieri. Se verranno a cercarmi, non mi troveranno mai... Domani pomeriggio, poi, ti aspetterò verso le tre davanti alla chiesa>>.
<<Sarò puntualissimo! Puoi esserne certo... E se ho bisogno di vederti prima, dove ti troverò?>> chiese Alberto.
<<Qui, sulla collina. Questa volta non sfuggirai al fiuto di Dik>> ed accarezzò il cane amorevolmente.

* * *

Seduto sul muretto dell' aiuola davanti al bar Centrale sempre affollato dopo le sette, Alberto vigilava attentamente per adempiere la sua missione.
Giacomo non si era proprio sbagliato. In paese non si parlava d'altro. E con molta rabbia! La gente nutriva un odio profondo per quell'uomo che aveva scelto di vivere ignorando le più elementari consuetudini di una comunità: avere una dimora fissa, un lavoro, una famiglia, degli amici. Si temeva anche che potesse essere un esempio negativo per i giovani che si lasciano facilmente affascinare da una vita libera e spensierata al di fuori delle regole convenzionali che spesso, in verità, imbrigliano il pensiero.
<<Don Pierino... Don Pierino, come sta Maurizio?>> chiese la guardia municipale, di servizio in piazza, al parroco che era appena sceso dal treno.
<<E' fuori pericolo, per grazia di Dio!... Almeno così mi hanno assicurato in ospedale>>.
<<E il ragazzo cosa dice?>>
<<Lui niente!... Il trauma cranico gli ha provocato uno stato di confusione mentale. Ricorda poco o niente dell'incidente>>.
<<Ma quale incidente, don Pierino>> gridò la guardia, con la determinazione di chi pensa di sapere la verità. <<E' stato un tentato omicidio bello e buono!... Quell' uomo è un mostro!>>
<<Se lui è un mostro, in paese siete tutti mostri, figliolo. Parola di prete!... Fareste bene a frequentare un pò di più la parrocchia e ad amare maggiormente il prossimo, come ci ha insegnato nostro Signore>> sentenziò il parroco. <<E non condannate una persona prima dei giudici!... D' accordo?>> concluse allontanandosi.
<<Don Pierino! Che stupido sono stato a non pensarci prima!>> esclamò Alberto tra sé e sé, battendosi un colpo sulla fronte con il palmo della mano sinistra. <<Devo parlare con don Pierino. Lui sicuramente mi crederà !>>
Si alzò prontamente e corse dietro al parroco nel vicolo che portava alla canonica. Lo seguì come un' ombra per un lungo tratto di strada, poi si avvicinò, lo salutò e lo superò senza fermarsi. Era indeciso se parlargli per strada o chiedergli di entrare in casa. Optò per la seconda soluzione e aspettò che il prete suonasse il citofono per farsi aprire dalla vecchia zia.
<<Chi è?>>
<<Sono io. Apri!>>
Prima che si richiudesse la porta, il ragazzo lo chiamò con un fil di voce e, quando don Pierino si girò, chiese timidamente di entrare.
<<Alberto, cosa c' è?... Vieni!>>
Lo portò nello studio in fondo ad un corridoio stretto e lungo.
<<Siediti! Io torno subito>> ed uscì con passo lesto, dileguandosi nella penombra.
<<Mamma mia, quanti libri!>> esclamò meravigliato Alberto, ammirando la ricchissima biblioteca sulla parete lunga di fronte alla scrivania. <<Come farà a leggerli tutti?... Ci vorranno almeno mille anni!>>
Nell' attesa curiosò per la stanza, camminando sulle punte dei piedi. Prese un librone, soffiò la polvere posata sul taglio e lo aprì. Era scritto in latino. Lo rimise a posto accuratamente e si avvicinò ad un enorme crocifisso di legno. Fissò a lungo il viso sofferente di Gesù e notò subito una somiglianza con quello del suo amico. Soprattutto gli occhi azzurri e profondi.
<<Giacomo però è molto più robusto!>> pensò.
L' esplorazione fu interrotta dall'arrivo del parroco che andò a sedersi sulla poltrona di pelle.
<<Eccomi qua!... A che cosa devo l' onore della visita?>>
<<Don Pierino, Giacomo è innocente!>> cominciò il ragazzo senza alcun preambolo. <<Io ero presente quando volevano derubarlo!>>
<<Piano, piano! Procediamo con ordine>>, lo interruppe il parroco. <<Prima cosa, di chi stai parlando? Chi è questo Giacomo?>>
<<Il barbone!>>
<<Seconda cosa, chi ti ha detto che è colpevole?>>
<<Tutti!... Nel paese tutti dicono che Giacomo ha cercato di uccidere Maurizio...>>
<<Questo lo so!>>
<<... ma non è vero! Lui non fa del male a nessuno, è molto buono!>>
<<So anche questo!>> precisò Don Pierino per tranquillizzarlo.
<<Io stavo nascosto su un ulivo, vicino alla vecchia chiesa. Ho visto ogni cosa. Giacomo è innocente! Mi dovete credere!>> continuò Alberto con molta foga.
<<Perché non dovrei crederti?... Io ti credo!>>
<<In paese però sono tutti contro di lui... E oggi pomeriggio lo hanno ammazzato di botte!... E hanno fatto male pure a me!... Fortuna che c' era Dik...>>
<<Chi è Dik? E chi lo ha bastonato?>> chiese perplesso don Pierino.
<<Dik è il suo cane. Se sapeste come è forte e coraggioso. Lui lo ha difeso contro quei farabutti!...
C'era Mario il macellaio, lo zio di Maurizio, ... c' era suo cugino Stefano con il fratello, quello con la pancia grossa,... poi Andrea il cantoniere, il padre di Michele il fruttivendolo e altri due che conosco solo di vista>>.
<<Ma cosa mi stai raccontando?!>> tuonò il parroco, saltando dalla poltrona.
<<Neppure voi mi credete, è vero?>> disse Alberto amareggiato. <<Neppure voi mi credete!>> e si alzò per andar via. <<Siete tutti uguali!... Non credete mai ad un ragazzo>>.
Don Pierino lo afferrò per un braccio e lo trattenne con forza sulla porta dello studio.
<<Fermati!... E dimmi cosa è successo oggi. Io non ho capito niente!>>
Così Alberto tornò a sedersi e raccontò per filo e per segno tutto ciò che aveva visto nei due giorni.
<<Mio Dio!>> sussurrò il parroco. <<Alberto, hai fatto bene a venire da me. Non ti preoccupare: ci sarà giustizia per il tuo amico. Parola mia!... Ora andrò immediatamente a casa di Luca - che abita qui vicino - e gli farò confessare la verità in presenza dei genitori. Poi parlerò anche con il maresciallo Vassallo che sta seguendo questo caso e gli riferirò tutto ciò che mi hai raccontato>>.
Don Pierino prese sottobraccio il ragazzo e lo accompagnò alla porta.
<<Stai tranquillo!... Vedremo se in questo paese ci sarà un pò di giustizia, una legge!... Ora vai>>.
<<Grazie, don Pierino. Io lo sapevo che potevo contare su di voi>>.

* * *

Dopo la misera cena, la madre uscì come ogni sera per il suo lavoro notturno in una pizzeria. Non sarebbe tornata prima dell'una o delle due, con tutta la gente che frequenta i locali pubblici, ad Agosto, per tutta la notte.
Alberto aveva tutto il tempo per agire. Di corsa andò a bussare alla canonica e chiese di entrare. Fortunatamente il parroco era già tornato.
<<Don Pierino, lo so che disturbo a quest' ora, ma non riuscirei proprio a dormire questa notte con tutti i pensieri che mi passano per la testa...>>
<<Ho capito. Vuoi sapere se ho parlato con Luca e con il maresciallo. Ebbene sì... con entrambi>> lo interruppe il parroco per tranquillizzarlo. <<Non è stato facile persuadere Luca a dire la verità!... Testardi come siete voi bambini che, tra l'altro, non capite neppure il male che potete causare con le bugie... Il padre ha dovuto minacciarlo con la cintura, dopo avergli allungato due ceffoni sonori sonori. Alla fine, un po' con le buone e un po' con le cattive, ha confermato il tuo racconto in ogni dettaglio>>.
Per la gioia il viso di Alberto si illuminò!
<<Poi>>, aggiunse don Pierino, <<ho parlato a telefono con il maresciallo Vassallo. Domani andremo insieme in ospedale a parlare con Maurizio... Il tuo amico, mio caro Alberto, grazie a te può dormire sonni tranquilli... E quando lo vedrai digli che domenica lo voglio vedere in chiesa alla messa di mezzogiorno!>>
Alberto ringraziò calorosamente il parroco e scappò via senza neppure salutarlo. Non poteva perdere secondi preziosi per cose frivole! Doveva correre da Giacomo prima che il buio sopraffacesse completamente la luce del crepuscolo.
<<Non devo aver paura!>> si diceva lungo la strada per farsi coraggio. <<Dik fiuterà sicuramente la mia presenza e verrà in mio soccorso!>>
Affrontò la salita con l' agilità di uno stambecco, sopportando la fatica con molta forza d' animo, desideroso com'era di portare una bella notizia ad un amico. Quando però il dolore per lo sforzo fisico era diventato insopportabile e gli aveva sfiancato i polmoni, pensò bene di tentare il contatto.
<<Giacomo!... Giacomo!>> chiamò con l' ultimo residuo di energie. <<Dik!... Dik!... Dove siete?>>
Passo dopo passo la corsa iniziale si tramutò in un lento procedere, con soste continue necessarie per riprendere fiato. Il buio ormai era completo, ma la luce della luna filtrava attraverso i rami frondosi degli ulivi e, come una madre premurosa, indicava ad Alberto il sentiero che portava ai ruderi dell' Eremo.
<<Giacomo!... Dik!>> continuava il ragazzo, senza ricevere risposta.
Si fermò davanti alla chiesa illuminata dalla luna e d'istinto guardò la Madonna dipinta su piastrelle ceramicate in una nicchia di poco al di sopra del portale. Dolce e materno era il Suo sguardo e sembrava fissarlo con una intensità così forte come nessuno mai lo aveva fatto prima di allora, se non sua madre! Affascinato da quegli occhi profondi e dal sorriso radioso, si incantò ad ammirare la Vergine Maria che gli trasmetteva un senso di immenso piacere, di serenità, e per un attimo dimenticò la paura del buio e lo scopo della sua missione.
<<E' molto bella, vero?>> gli disse Giacomo (che nel frattempo si era avvicinato senza fare il minimo rumore), poggiandogli una mano sulla spalla.
Alberto sobbalzò per la paura!
<<Mi hai spaventato!... Da dove sei sbucato così all' improvviso?>>
<<Dik ti ha sentito arrivare e ci siamo avvicinati silenziosamente>>.
Il mastino, scodinzolando e ancora zoppicante, leccò le mani ad Alberto per esprimergli la gioia che provava nel rivederlo.
<<Vieni!>>
Giacomo lo strinse a sé e lo portò a sedere sul muretto che delimitava la piazzetta della chiesa. Dik si adagiò alle loro spalle, insinuando la testa tra i due come meglio poteva.
Splendido era il colpo d'occhio sul paese sotto stante trapunto di luci e sull'immensa pianura che si estendeva fino all'orizzonte con uno straordinario gioco di colori notturni.
<<Quale evento importante ha fatto ritornare il mio giovane amico a quest' ora?>> domandò l' uomo, tenendogli il viso tra le mani.
Come un fiume in piena che esce dagli argini e travolge i campi senza nessuna possibilità di contrastarne la furia, così Alberto raccontò con molta foga e in ogni minimo particolare del suo doppio incontro con don Pierino.
<<Sei veramente un ragazzo in gamba!>> lo elogiò Giacomo, meravigliato della sua intraprendenza. <<Eravamo sicuri di di poterci fidare di te! Vero, Dik?>>
Il cane mosse varie volte la coda sul terreno e strofinò la testa contro la coscia del ragazzo.
<<Sarai molto bravo anche a scuola!>>
<<No!>> rispose seccamente Alberto.
<<Perché?>>
<<Perché non mi piace studiare!>> aggiunse senza infingimenti.
<<E la maestra non dice niente?>>
<<No!... Anzi è contenta quando non vado a scuola! Sapessi quante volte mi dice strillando: ""Non venire a scuola, se non hai voglia di studiare!""... Ed io l' accontento spesso, specialmente quando è bel tempo o quando non faccio i compiti>>.
<<E cosa fai?>>
<<Cosa faccio!?... Vado in giro dove mi pare!>>
<<E tuo padre...>>
<<Io non ce l' ho il padre!>>
<<Mi dispiace. Non lo sapevo che tu...>>
<<Dispiace anche a me!>> affermò Alberto con aria triste. <<Io non l' ho mai conosciuto... neppure per fotografia!... La mamma mi dice sempre che è morto prima che io nascessi>> aggiunse, mentre una lacrima solcava il suo viso. <<Giacomo, è bello avere un padre?... Tu ce l' hai?>>
<<Mio padre era un uomo meraviglioso!>> rispose l'amico, carezzandogli affettuosamente i capelli. <<Un esempio di straordinaria laboriosità... Buono di animo, semplice. Ci volevamo bene!... Quando morì la sua compagna, si legò molto a me ed io ero felice di stargli vicino, di servirlo come meglio potevo, di fargli sentire il calore di un figlio. Ogni sua richiesta per me era un ordine. E dentro di me grande era la gioia quando potevo esaudire un suo desiderio. Lui ricambiava il mio affetto con una disponibilità totale... E viveva sereno per la certezza di poter contare ogni momento sulla mia presenza, sul mio aiuto... Si creò una simbiosi unica tra noi due. Ognuno sapeva che c' era l' altro pronto a tutto!... Io lo facevo sentire ancora utile, alla sua età, necessario alla famiglia. Questo gli dava gioia e gli offriva un motivo in più per continuare a desiderare una lunga vita!... La vecchiaia comincia quando non servi più a nessuno!>>
Alberto seguiva con molta attenzione le parole dell' amico.
<<Un altro figlio, però, disamorato, non capiva questi sentimenti e s' ingelosiva ogni giorno di più>>, continuò Giacomo, pescando nei suoi ricordi. <<Istigato da qualcuno alla discordia, era convinto che io gli fossi vicino con l'unico scopo di servirmi di lui o di sottrargli soldi!>>
<<E tu glieli sottraevi?>> chiese candidamente il ragazzo.
<<Mai!>> rispose Giacomo senza esitazione alcuna, con la rabbia viva ancora nel corpo. <<Mai!... Quando un uomo conosce il vero amore paterno e lo pratica intensamente, non ha bisogno di soldi, ha già il suo vero tesoro!>> sentenziò. <<E poi, per chi sceglie una vita randagia come la mia, la libertà è l' unica ricchezza. Non ha bisogno delle miserie umane!>>
<<Hai sofferto molto, quando è volato in cielo, vero?>>
<<Quando mi lasciò, morì parte di me!... Fino ad ora niente e nessuno ha saputo sanare la cicatrice aperta nel cuore!>>
<<Lo pensi spesso?>>
<<Sì... Il ricordo dei momenti più belli vissuti con lui mi danno sempre tanta forza, quando mi prende la malinconia o mi assale la solitudine, specialmente durante le lunghe sere d' inverno>>.
<<Perché non ti sei sposato?>>
<<Forse perché non ho trovato la donna giusta... O forse perché le esperienze degli altri hanno infranto i miei sogni>>.
<<Non capisco cosa vuoi dire>>.
<<Hai ragione. Non è facile spiegare cose più grandi di noi... Sicuramente sono stato condizionato nei miei progetti dall'esperienza di un caro amico. Eravamo inseparabili. Un giorno portò all' altare una donna e iniziarono i suoi guai. La sposa scoprì subito il suo vero volto: un mostro di cattiveria e di gelosia!... Povero amico mio, si inaridì accanto a lei!... E gli stessi figli crebbero con il male nel cuore... Vedere un uomo sprofondare nelle tenebre mi tolse ogni desiderio di avere una compagna>>.
<<Tu credi che sulla terra non ci sia spazio per il bene?>> lo incalzò il ragazzo, preso dal colloquio così avvincente.
<<Penso che ce ne sia ancora molto. Però, mio caro Alberto, devi sapere che il male è più forte del bene e il modello delle azioni contrarie ai princìpi morali viene seguito sempre più dell' esempio della bontà... Secondo me, la vita è condizionata più dal diavolo che dagli angeli del cielo... Devi abituarti a convivere con lui... L' importante è avere la capacità di annientarne gli effetti malefici>>.
<<E come?>>
<<Sapendo che c' è!... Io ho avuto paura ed ho fatto la mia scelta. Meglio solo che male accompagnato, come ci suggerisce la saggezza dei vecchi>>.
<<Meglio liberi!>>
<<Bravo, Alberto!... Meglio liberi... come gli animali, liberi e più ricchi: padroni del cielo, padroni del mare, padroni dell'erba, degli alberi, dei boschi, dei monti, padroni di tutto... e di niente>>.
<<Così non devi temere neppure i ladri>> aggiunse il ragazzo che si lasciava ammaliare dalle parole dell' amico.
<<Certo!... Chi vuoi che venga a rubare ciò che non hai?... Se non dei ragazzini, più per gioco che per malizia?... E poi, sapessi come è bello vivere senza una dimora fissa e volare come una farfalla da un fiore all' altro... Come è brutto invecchiare sempre tra le stesse mura, a meno che non ci sia con te qualche persona cara che ogni giorno con il suo amore ti rende più bella la prigionìa... Io sono come un uccello: oggi qua, domani là>>.
<<Però l' uccello torna sempre al suo nido!>> precisò Alberto. <<Va in giro, ma non dimentica mai la sua casa>>.
<<Anch' io torno sempre quassù, in questo luogo di pace. Per mia fortuna quelli del paese non sanno apprezzare questa loro ricchezza ed io posso godermela da solo!>>
<<Lo sai, Giacomo? E' la prima volta che mi trovo qui di sera... Mi sembra un sogno!>>
<<Eh già... E' proprio bello questo scenario naturale che si mostra ai nostri occhi, unici spettatori di tanta bellezza>>.
<<Come è diverso il paese visto dall'alto... Uuuh! guarda là, Giacomo: una stella cadente!>>
<<Se osservi il cielo ne vedrai altre. Questa è la notte di San Lorenzo>>.
<<Posso esprimere anche un desiderio?>>
<<Certamente. Chi sa se non verrà esaudito veramente>>.
Dik, intanto, seguiva con un lento movimento della testa alcune lucciole che gli giravano intorno.
<<Giacomo, cos' è quella luce rotonda laggiù?>> e gliela indicò con precisione.
<<L' orologio sul municipio>>.
<<E quelle luci che si muovono sulla montagna?>>
<<Un aereo>>.
<<Un aereo?!... E perchè vola così basso?>>
<<Sta in fase di atterraggio. Dietro quella collina illuminata c' è l' aereoporto...>>
<<Una stella!... Una stella!>> gridò all' improvviso Alberto, tutto eccitato. <<Una stella!>>
<<Su, esprimi un desiderio>>.
<<Fammi pensare. Desidero... desidero... Non so, aiutami un po' tu!>>
<<Pensa a qualcosa di particolarmente bello che ti piacerebbe realizzare>>.
<<Vorrei... Ecco, ho trovato! Vorrei che tutti gli uomini fossero buoni!>>
<<Sarebbe bello, ma ho i miei dubbi che si possa soddisfare... Pensa a qualche cosa di più semplice, di personale>>.
<<Allora desidero tanto stare ogni sera con te!>>
Giacomo strinse a sé il ragazzo, dal quale non si aspettava una dimostrazione di attaccamento così forte.
<<Non è possibile, caro mio. Tu hai una mamma>>.
<<Non ti preoccupare per questo. Non se ne accorgerà neppure. Lei si ritira sempre molto tardi>>.
<<Non è un motivo questo per uscire di casa senza il suo permesso>>.
<<Se glielo chiedo, mi dirà di no!>>, rispose il ragazzo con espressione triste. <<Già lo so>>.
<<Allora qualche giorno verrò a casa tua e parlerò io con lei. Va bene?>>
<<Quando verrai?>>, chiese raggiante.
<<Verrò!... Ti farò una sorpresa!>>
Alberto poggiò la testa sul petto dell' amico.
<<Sei molto buono... Ti voglio bene!... Ora ti spiego dove abito...>>
<<Non preoccuparti. Ti troveremo. Vero, Dik?>>
Il cane scodinzolò per dare la sua approvazione. <<Meriti un premio per l'aiuto che mi hai dato!... Ora devi proprio andare, ragazzo mio. E' molto tardi. Vieni! Ti accompagneremo fino al paese>>.
Dik fu il primo ad alzarsi. Alberto diede la mano a Giacomo e guardò ancora una volta la Vergine Maria. Poi i tre si avviarono per il sentiero tra gli ulivi, illuminato dalla luna piena, vera signora quella sera del cielo stellato.
(Maggio 1993)